PRIMO PIANO
Di Stefano Sansonetti
L'opposizione denuncia lo scippo ai lavoratori nella manovra, ma fu l'Unione a lanciare il fondo da 6 mld
Il Profes...
L'articolo di "EUROPA"
La libertà in un solo giornale
Vorremmo essere sicuri di condividere tutti la stessa idea di democr...
LE GIUSTE RAGIONI DEL NO ALLA PIAZZA
Ha fatto benissimo il segretario del Pd Pier Luigi Bersani a...
Leggi tuttodi Giuliano Cazzola
Sabato scorso era il 7 novembre; oggi è il 9 novembre. Due date di calendario che stanno nello spazio di un week end, ma che indicano ricorrenze simmetr...
Leggi tuttoPRIMO PIANO
Di Massimo Tosti
Per fortuna che in politica le confessioni di colpa non hanno limiti di prescrizione
Descrivendo però gli ex comunisti come spettatori innocenti e perseguitati di Mani Pulite
Sarebbe forse opportuno imbandire la tavola con un vitello grasso per festeggiare il Figliol Prodigo che riconosce gli errori commessi in passato da lui stesso (e dai suoi compagni ex Pci, allora Ds, poi Pds, e ora Pd, post-veltroniano e post-franceschiniano). Non è mai troppo tardi in politica, anche se l'assenza totale di un limite di prescrizione finisce per avvantaggiare troppo i pentiti rispetto ai coerenti.
E tuttavia è il caso di far festa a Massimo D'Alema (ex lider maximo, oggi Richelieu dell'ultima edizione, riveduta e corretta, del Partito Democratico). Intervenendo a un dibattito sul ventennale della caduta del Muro di Berlino, D'Alema ha fatto outing, ammettendo che lui stesso (e i suoi compagni) fecero una enorme bischerata, illudendosi che Tangentopoli potesse rappresentare una scorciatoia per la conquista del potere. Speravano di farcela «cavalcando l'ondata di antipolitica». Ma non si resero conto (come la destra giustizialista e la Lega forcaiola) che «c'era qualcuno che era più navigato di noi per solcare le acque dell'antipolitica, e infatti vinse le elezioni: Silvio Berlusconi».
La parabola evangelica del Figliol Prodigo non è fuori contesto. Neppure il devoto Bondi si sarebbe spinto al punto di paragonare l'allora imprenditore parvenu della politica (e oggi leader incontrastato del centrodestra e del governo) al Signore che camminava sulle acque duemila anni fa.
D'Alema, tuttavia, non è ingenuo come certi suoi amici, e offre una versione non compromettente di quelle vicende ormai lontane, descrivendo, per gli ex comunisti, un ruolo di spettatori innocenti, e persino perseguitati, dal ciclone Mani Pulite. Borrelli e Di Pietro si mossero in modo autonomo, dice, e “anche noi fummo sballottati” ricordando che «il nostro amministratore Stefanini ricevette un avviso di garanzia e morì praticamente di crepacuore».
Ci vuole pazienza: fra altri vent'anni (quando i suoi baffi saranno candidi e lui dovrà appoggiarsi a un bastone per governare Ikarus) racconterà ai suoi nipotini che il nonno (insieme con Occhetto e gli altri dirigenti delle Botteghe Oscure) se la cavarono piuttosto bene, al confronto dei Forlani, dei Craxi e persino degli Altissimo.
Di Craxi, oggi, è disposto ad ammettere che fu merito suo se gli ex comunisti furono accolti nel salotto buono del socialismo internazionale quando die Mauer Berliner era appena crollato sotto le picconate della gente oppressa da alcuni decenni di dittatura comunista.
Il revisionista D'Alema ha un vantaggio su noi comuni mortali: i ripensamenti e le confessioni di colpa, in politica, non hanno limiti di prescrizione. Chiunque (e lui non è davvero l'unico) può tranquillamente riconoscere che le sue analisi erano completamente sbagliate e proporne di nuove.
Si comporta più o meno come i maghi televisivi che vi mettono in guardia sui tradimenti del coniuge o sugli imminenti disturbi alla prostata, e vi annunciano chi vincerà il campionato. Non ne azzeccano una, ma, a dicembre del prossimo anno, saranno di nuovo lì a predire il vostro e il nostro futuro. Nei loro ragionamenti manca qualche elemento di giudizio, ma non se ne accorge nessuno. Oggi D'Alema ammette che il giustizialismo fu un errore e riconosce pure che esiste un problema nei rapporti fra politica e magistratura, aggiungendo però che questo accade in tutti i Paesi, «ma altrove si affronta in modo meno drammatico». Dimentica, in questa analisi altrimenti ineccepibile, che in nessun altro Paese il capo del governo è braccato dalla giustizia più di Al Capone, del mostro di Londra, e di Osama Bin Laden. Perché si arrivi a tanto, occorrerà aspettare i bisnipoti. E che il Signore mantenga a lungo in vita D'Alema.

